I ragazzi di Crossing sono impegnati in un doppio attraversamento, il primo da un contesto socio culturale all'altro e il secondo dall'adolescenza alla maturità. Sono due temi diversi ma che si sovrappongono anche nella capacità di produrre un cortocircuito che a volte genera blocchi, fragilità, fughe, agiti. Il passaggio dell'adolescenza può essere una cartina di tornasole per molte questioni relative alla migrazione.
L'atto stesso del migrare è poco interrogato nel discorso degli individui e delle famiglie di appartenenza. Rimane un accadimento muto, silenzioso. Tutto questo assume una dimensione drammatica nella vita dei ragazzi i quali si trovano di fronte ad un doppio mutamento, il primo relativo all'ambiente esterno, il secondo a quello interno, il corpo. C'è la ricerca da parte del giovane di un interlocutore con cui potersi confrontare, anche attraverso un incontro-scontro conflittuale.
È un momento difficile nella relazione tra i giovani e le loro famiglie.
Quando si parla dei problemi legati alla migrazione si mette l'accento sull'aspetto culturale ma nelle storie che ho incontrato ho osservato che non era pregnante la questione culturale in quanto tale ma la difficoltà della cultura di divenire storia nell'esperienza dei soggetti, qualcosa che si potesse rapportare in modo stretto alle ferite, alle lacerazioni di ogni individuo. Questo rende difficile la trasmissione da una generazione all'altra, c'è il rischio che essa si blocchi o diventi uno stereotipo ripetitivo. È qui che con i ragazzi sono emerse difficoltà che hanno sollecitato soluzioni differenti, per esempio di fuga in una dimensione consumistica, a volte incoraggiata dai genitori che vedono in questo un benessere raggiunto, ma ciò risponde poco al bisogno del ragazzo di capire cosa avviene in lui e attorno a lui. Oppure si verifica una fuga all'indietro, quando il giovane è chiamato ad esprimere la sua individualità cerca una maschera identificatoria in una dimensione collettiva. Accade talvolta coi gruppi, le bande, il crearsi un'idea del noi che si contrappone al voi che diventa un'armatura non interrogabile, che lascia in ombra il problema della posizione di ciascuno.
Allora cosa significa da questo punto di vista "attraversare"?
Il fenomeno migratorio così come lo conosciamo a Crossing pone due questioni, la prima che alcuni passaggi da un paese all'altro sono agiti e quindi poco interrogati dai soggetti stessi, come dati di fatto che si impongono. La seconda è una dimensione di drammaticità, di taglio, di ferita rispetto a quello che uno ha lasciato e rispetto al nuovo con cui è difficile orientarsi.
Il punto importante su cui creare la specificità dell'intervento di Crossing è fare della Casa sul pozzo una casa della parola. Questo implica innanzitutto l'importanza, da sempre rivolta, al problema della lingua, che abbiamo sviluppato lungo due direzioni: la prima sono i gruppi di parola, organizzare un corpo a corpo tra la parola e il silenzio per creare un legame tra i vissuti della persona e la possibilità di poterli raccontare. Non ci sono cose che non si possono esprimere, questo ci è sembrato il punto su cui giocare la battaglia culturale per fare in modo che la parola abbia un peso. La seconda direzione legata alla lingua riguarda il problema dell' intraducibilità, forse le cose più importanti sono quelle che non si possono tradurre: per dare espressione all'intraducibile abbiamo utilizzato la musica, il teatro e il rap.
Abbiamo voluto puntare non sull'integrazione, che ha una dimensione sociologica, ma sulla soggettivazione, far sì che ogni ragazzo possa cercare la propria strada. Se l'arrivo è collettivo, di gruppo, l'attraversamento non può che essere individuale.
Crossing è un' istituzione anomala perché vi intervengono persone a diversi livelli: volontari, educatori, psicologi, e coloro che si occupano dei laboratori. Un insieme eterogeneo che costituisce la forza del progetto e forse anche la sua debolezza perché è molto frammentato, è un mosaico. Tutto questo è importante per fare di Crossing un laboratorio a cielo aperto dove si possano sperimentare nel tipo di legame, di incontri forme diverse di cittadinanza.
Citazione di Arthur Rimbaud: occorre essere assolutamente moderni. Qui si può pensare qualcosa della peculiarità di Crossing, in questo essere moderni, ad esempio cercare di superare l'idea obsoleta rispetto all' immigrazione, vale a dire il riferimento all'integrazione. L'integrazione suppone che ci sia sempre un dentro e un fuori ma se vogliamo essere moderni non è difficile accorgersi come sia arduo definire il dentro e il fuori perché all'interno la società occidentale è attraversata da una profonda crisi. Inoltre chi arriva nel nostro paese mette in sospensione i fondamenti della propria cultura. Nell'incontro sono le difese che uno pone contro l'altro ad irrigidire le identità: quando si analizzano i percorsi si scopre come il rapporto che ciascuno intrattiene con le proprie insegne identificatorie nazionali e culturali sono più elastiche e labili di quelle che uno mette in atto quando si contrappone all'altro. La cosa importante nel nostro lavoro è stato il tentativo di socializzare le proprie mancanze, mettere a fuoco i punti di difficoltà di ciascuno con la propria esistenza. In questo c'è una critica alla logica dell'auto sufficienza. Nessuna identità si può co-costruire se non nel confronto con l'alterità, questo elemento, pur essendo drammatico, è costitutivo della soggettività di ciascuno. L'obiettivo di Crossing è che ogni ragazzo trovi la sua strada. Molti cercano il punto d'incontro nel punto di scontro in cui ciascuno riafferma la propria certezza.
Invece mi sembra più importante costruire un legame a partire da dalle mancanze, dai punti di perdita di padronanza, rispetto a quello che ci rende forti. Questo potrebbe esser un momento d'incontro perché altrimenti quello che ritorna è l'autorevolezza dell'io non un punto dove il soggetto si scopre lacerato al suo interno e quindi cerca l'altro.
Il secondo punto importante da evidenziare del lavoro istituzionale è che non volevamo sviluppare una pratica dell'accoglienza ma del contagio dove ogni persona da testimonianza di un desiderio individuale, questo mi è sembrato il bene particolare di Crossing che rende molto accettabili i suoi limiti, per esempio talvolta un suo funzionamento un po' caotico. Se il contagio funziona può creare un legame differente. Crossing è un work in progress, non è un organizzazione fortemente strutturata, è un continuo lavoro su se stessa attraverso gruppi tra gli operatori, assemblee. Non è un'istituzione istituita ma istituente che rimodella costantemente la sua modalità di azione.
È molto importante creare, all'interno di Crossing, dei momenti dove sia possibile lavorare su quello che accade intorno e qui arrivo al secondo punto della questione dell'istituzione vale a dire la necessità di coniugare il riferimento all'erranza e alla fondazione. Errare ha due significati: sbagliare e muoversi, non avere una destinazione fissa. Da questo punto di vista credo ci sia una dimensione di sradicamento che costituisce la cifra della modernità attuale, tutti dobbiamo abitare qualcosa di questo sradicamento e quello attorno a cui lavora Crossing è ripensare il problema dell'identità senza avere l'ossessione rigida di un'identità. Come trovare il modo per rendere possibile lo scambio tra storie così diverse tra loro? La sfida in cui si è impegnato Crossing è come costruire, all'interno di questa dimensione di relatività, dei legami che aprano le possibilità di un futuro che è già qui.
L'attraversamento riguarda i ragazzi ma anche l'istituzione che stiamo costruendo perché siamo tutti all'interno di questo attraversamento.
Angelo Villa
Al Convegno già e non ancora del 17 giugno 2011 |