Maria Laura Bergamaschi
 

Già e non ancora: un movimento presente tra passato e futuro
Giàenonancora è l’espressione di un atto in divenire, un tempo tridimensionale fatto di passato, presente e futuro.
È il movimento ritmico di un presente dinamico che coniuga il già dato al nuovo. È il movimento complesso di attraversamento dell’adolescenza, tempo logico in cui un soggetto si apre a tre dimensioni temporali. Passato, presente e futuro si danno insieme, a partire da un presente inquieto che si apre al nuovo, non senza rivisitare
il già noto, la propria storia.
I ragazzi di Crossing sono impegnati in un doppio attraversamento, attraversamento di cui loro stessi testimoniano
in queste interviste con la propria parola, viva. All’attraversamento della crescita, che porta dall’infanzia alla maturità,
si aggiunge un attraversamento socio-culturale. Il passaggio da un’eredità culturale nota ad una nuova cultura da incontrare, conoscere, interrogare.
La crescita non è un processo lineare ma è uno strappo, avviene come una frattura, una discontinuità tra un “prima” e un “dopo”, così è uno strappo l’atto migratorio. L’atto stesso del migrare implica un salto, la rottura di una continuità.
È in questo strappo, in questa discontinuità tra ciò che è noto e ciò che ancora deve arrivare che si apre un varco,
un vuoto fatto di enigmi, questioni, interrogativi, dubbi, in cui coesistono speranze e paure. Ciò che non si conosce perturba, angoscia, suscita incertezze, senso di spaesamento ma anche curiosità, aspettative, fantasie. L’incontro con una dimensione futura del tempo apre all’angoscia dell’ignoto e alla speranza del nuovo; sperare che ciò che si deve ancora incontrare sia meglio di ciò che si conosceva o sperare che ciò che si sognava si possa finalmente realizzare
in un altrove. Salutare la propria terra implica un taglio che lascia alle spalle qualcosa per incontrare qualcos’altro,
il nuovo, l’inatteso. Il viaggio, segnato da uno sguardo futuro di paure e speranze, si colloca qui, in questo passaggio tra un “già” e un “non ancora”, tra il vecchio e il nuovo.

L’eredità
Interrogare l’eredità significa fare i conti con la propria storia, con ciò che è noto, già dato. Significa operare una storicizzazione di ciò che è stato per ogni soggetto l’impatto con la propria cultura.
Il proprio nome, i legami familiari, i primi incontri importanti sono la declinazione singolare con cui ogni individuo è entrato in rapporto con il mondo. Ne costituiscono l’identità, la memoria, il bagaglio con cui si parte. C’è qualcosa che precede la nascita del soggetto che viene dall’Altro. Essere nominati significa occupare un posto nel proprio nucleo familiare. Il Nome è ciò che si preserva immutato nelle diverse culture, è ciò che viene dall’Altro familiare che, nell’atto
di nominare, iscrive il soggetto in un ordine simbolico. Il nome è simbolico, è veicolo di un desiderio. Il nome veicola il posto del soggetto nella famiglia di origine, rappresenta ciò che si è per chi ci ha messo al mondo. Il nome è ciò che rappresenta la continuità della propria storia nella discontinuità della crescita. È connesso con le proprie radici, è ciò che resta delle proprie radici.
L’atto di migrare porta con sé uno sradicamento, un lascito. Si accentua la dimensione della mancanza e della perdita. Un movimento nostalgico si volge al passato, ai ricordi, ai profumi, ai suoni e agli odori della propria terra madre, alle persone che hanno educato ed orientato. I valori trasmessi, il segno degli incontri importanti. Sono i ragazzi stessi a dire di questa mancanza. Colpisce l’emergere dello strappo, la nostalgia dei legami, persone care, luoghi, sapori e rituali rassicuranti. C’è chi ha lasciato amicizie preziose che vorrebbe qui, i propri fratelli, la propria madre, una zia, un fidanzato, un paesaggio, un cibo, un ricordo, il senso di una comunità cui appartenere.
Eredità incontrano altre eredità. Le eredità diverse dalle proprie a volte spaventano e portano a chiusura, a volte invece aprono e si lasciano incontrare, risultando meno paurose di come le si era immaginate.

Le paure
In questo tempo presente, sospeso tra passato e futuro, si apre l’angoscia verso il nuovo, verso ciò che non si è ancora scritto. Questa angoscia dell’ignoto si circoscrive in paure. L’incontro con l’alterità spaventa perché implica una perdita del proprio essere, una messa in discussione delle proprie certezze. Ciò che colpisce delle parole dei ragazzi è la particolarità singolare di ogni discorso. Nessuno è uguale o riducibile all’altro. L’angoscia universale si declina in paure singolari. Esplorare la dimensione della paura tocca l’incontro di ogni soggetto con l’alterità, la paura del nuovo
o del diverso. I ragazzi sembrano aver paura soprattutto di non poter comunicare, di essere soli con se stessi. La paura è paura della solitudine, dell’essere soli con il proprio pensiero, le proprie emozioni; la paura di non riuscire a comunicare in un’altra lingua, di non capire e non essere capiti, paura di essere disorientati, senza punti di riferimento e il senso di precarietà che ne deriva. Ma è anche paura di ciò che si è vissuto nel proprio passato, paura della guerra, della violenza subita con la speranza di un cambiamento.

Le speranze
La speranza guarda al futuro, ai cambiamenti possibili. Appare forte la speranza dettata dalla fiducia nelle proprie passioni e negli incontri. L’arte e la musica sono espressione di ciò che si articola di un desiderio singolare e danno speranza. L’arte è ciò che resta di una civiltà. È forte l’esperienza della contaminazione nell’espressione del “meticciato”. Per incontrare l’altro occorre essere incompleti, pronti a lasciarsi intaccare.  L’alterità mina le certezze acquisite nel passato permettendo di generare il nuovo. La fiducia nei nuovi incontri genera speranza: nuovi legami d’amicizia e d’amore nel rispetto dell’alterità. È solo nell’incontro con l’alterità che si può nascere come soggetti.
La mia speranza è che chi vive Crossing possa stare in questo attraversamento a partire dal proprio limite, lasciandosi contaminare e a sua volta attraversare dando spazio all’incontro.

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