la generazione 1,5 e i G2 = né carne / né pesce / ma uovo
le chiavi per entrare nella questione:
eredità, paure, futuro
 
venerdì 17 giugno ore 16.00, Palazzo Falk, Lecco

Temi da avere presenti:
Il diritto e la perdita del diritto al 18° anno
“La prima e più importante battaglia al momento è proprio quella sulla cittadinanza, che ci spetta di diritto. Non possiamo permetterci di perderla: vogliamo votare e contare in un Paese che è anche nostro, senza però perdere  la tenerezza del nostro altrove. Chi è nato  in Italia deve dimostrare al compimento del diciottesimo anno do età di essere sempre vissuto nel Paese. Quelli che invece sono venuti da bambini ma non sono nati qui, non hanno nessuna garanzia di diventare italiani. Si lega una condizione esistenziale a una burocrazia cieca, che rende stranieri nella loro nazione molti giovani figli di migranti. Siamo ridotti ad essere italiani con il permesso di soggiorno. Costringere un diciottenne, che ha frequentato le scuole e la cultura italiana fin da bambino, a richiedere un permesso di soggiorno in questura significa creare una generazione di ragazzi interrotti , di ragazzi che non sono nulla. Senza cittadinanza – e sono quasi un milione i giovani in queste condizioni – non ti puoi iscrivere agli albi professionali, non puoi fare concorsi, non puoi viaggiare. Alla fin fine non puoi neanche sognare. Nessuno dovrebbe sentirsi interrotto. I figli degli immigrati sono ragazzi sospesi tra il Paese dei padri, che non conoscono e magari non sono interessati a conoscere, e l’Italia dove sono cresciuti ma che spesso li rifiuta. (…) Creare cittadini di serie B e C non può far bene a nessuna società, soprattutto a quella italiana che ha bisogno di energia per il futuro”.
(Aggiornamenti Sociali n. 12/2010 intervista a Igiaba Scego, scrittrice nata a Roma da genitori somali)

Le famiglie immigrate
dal testo Nuovi italiani della Caritas Ambrosiana 2011
La ricomposizione del nucleo dopo anni di separazione vissuti in contesti socioculturali diversi è un’esperienza che comporta problemi di riconoscimento dei ruoli familiari e il bisogno di una loro profonda ridefinizione, anche identitaria.
In questo contesto la genitorialità è una delle relazioni maggiormente interessata da queste trasformazioni e costituisce un tema cruciale con cui le agenzie educative e i servizi per la famiglia devono confrontarsi  sempre di più nelle sue connotazioni di precarietà e fragilità. Essere genitori immigrati vuol dire avere a che fare con una triplice incertezza:
• l’incertezza endemica dei nostri tempi dove il lavoro, la casa, le garanzie di welfare sono continuamente mutevoli e di difficile accesso;
• l’incertezza endemica dell’esistenza dove i legami sociali e il tempo sono sempre più sottomessi a fragilità che giocano su polarità imposte e poco permeabili come famiglia-lavoro, autoctono-immigrati, casa-scuola, paese di origine-paese di accoglienza, dentro-fuori…
• l’incertezza endemica giuridica dove l’immigrato non può mai essere sicuro del proprio futuro e di quello dei propri figli, perché è in gioco il diritto a mettere radici su un territorio ogni volta che si perde il lavoro, perché nascere e vivere in Italia non sono condizioni necessarie e sufficienti per avere la cittadinanza se i genitori sono immigrati.
Le famiglie si ricompongono in terra straniera dopo anni di distacco;
nuove famiglie si formano nel paese di accoglienza;
coppie miste che accettano la sfida dell’incontro tra culture e che cercano di costruire per i loro figli relazioni di appartenenza e riferimenti biculturali.
Le famiglie diventano visibili ed entrano in contatto con i servizi e a rivedere il loro modello di relazione (sfiducia/fiducia, esigenza scontata ecc.). La presenza dei figli costringe le famiglie a dover entrare in relazione con la scuola rompendo un possibile isolamento.

Le nuove identità degli adolescenti
Gli adolescenti si ritrovano a dover generare degli scambi tra la cultura di origine e la nuova e a costruire un’identità plurale e complessa a partire da riferimenti diversi.
Le narrazioni degli adolescenti dicono delle paure iniziali, il disorientamento, la nostalgia di quanto si è lasciato e della resistenza di fronte al nuovo.
Quale percezione hanno i genitori delle difficoltà con le quali i figli sono chiamati a misurarsi e il loro aiuto per quanto riguarda la lingua e la complessità del nuovo contesto non è così alta.
Il distacco dalla realtà di origine (l’essere appesi tra il desiderio di tornare e la necessità di mettere radici nella nuova realtà, tra il  rimpianto tra ciò che si è lasciato e il difficile nuovo) chi lo compie? Se non lo compiono i genitori saranno i figli a doverlo fare, a compiere un cammino di distacco per poter riuscire ad appartenere al paese nel quale sono arrivati.
Ogni famiglia ha una sua struttura che è possibile così semplificare:
• quella che si è “installata” nella provvisorietà, in attesa che gli eventi esterni indirizzino verso decisioni più precise.
• Quella che è “abbarbicata” nel passato, si rifugia nelle tradizioni e vive tutto come una lenta e inesorabile erosione della cultura di origine.
• Quella che vuole diventare in tutto e per tutto locale perdendo la memoria precedente e non richiamandola mai nella relazione con il figlio.
• Quella che nella fatica quotidiana tenta di costruire delle appartenenze plurali, senza generare fratture e tentando di integrare riferimenti alla propria storia familiare con il nuovo.
• Quest’ultimo caso è il più arricchente e vive con due aspetti:
1. I genitori fanno propria la convinzione che l’appartenenza a due culture è più arricchente di quanto non sia il riferimento ad un solo mondo culturale. Incoraggiano in questo modo l’appartenenza del figlio alla nuova realtà.
2. Il figlio accetta l’appartenenza alla cultura di origine, conosce e stima gli sforzi e i progetti dei genitori e valorizza i loro saperi.
In questo processo tra mantenimento e mutamento la madre ha un ruolo fondamentale poiché dovrebbe tessere i legami del figlio verso il futuro con quello del padre rivolto alla memoria e alla tradizione.
Andrebbero esplorate alcune dinamiche:
• passaggio tra provvisorietà e permanenza
• preponderanza del paese di accoglienza in rapporto a quello di origine
• come la famiglia diventa un contenitore nel quale conciliare ed amalgamare la diversità delle storie e delle traiettorie individuali
• una lingua (quella dei genitori) usata per il lavoro  e quella dei figli usata per la scuola, gli amici, gli affetti
• i modelli di relazione con l’esterno: amicizie, innamoramenti, economie, divertimento, atteggiamenti…

Ricongiungimenti: tipologie e criticità
Evento cruciale nella storia di ogni famiglia immigrata è il ricongiungimento: i precedenti equilibri si scompongono, nuovi legami si devono tessere per colmare distanze, assenze e distacchi profondi. Ogni nucleo si trova a dover rimettere a tema il proprio essere famiglia.
È possibile identificare alcune tipologie di ricongiungimento:
• ricongiungimento familiare organizzato dall’uomo che prevede l’arrivo della moglie e dei figli in un secondo momento.
• Ricongiungimento familiare al femminile: la donna espatria per prima e ricongiunge in un secondo tempo il coniuge e i figli.
• Ricongiungimento dei figli: quando i genitori sono entrambi emigrati, partiti insieme o a distanza ravvicinata e fanno arrivare in Italia i figli affidati fino a quel momento ai familiari. In alcuni casi la riunificazione dei figli con i genitori può essere “selettiva” o avvenire “a puntate”: possono arrivare prima i piccoli perché più bisognosi di attenzione o viceversa i grandi perché più autonomi (verificare anche l’evoluzione nel nucleo familiare quando l’uomo si risposa: i figli del primo letto e quelli del secondo letto).
La ricomposizione del nucleo spezzato dalla migrazione rappresenta un evento significativo per tutti i soggetti dell’incontro perché infrange equilibri precedenti e mette a nudo aspettative e delusioni, chiedendo a ciascuno di ridefinirsi e ridefinire ruoli e relazioni che nascono e si snodano nel nuovo contesto di vita.
La migrazione è un evento che mette sotto tensione i legami familiari, separando per periodi più o meno prolungati uno dei due coniugi dall’unità domestica. Questo come ha inciso nella vita dei ragazzi rimasti nel paese di origine e affidati a una figura parentale (nonna o zia).
Una volta ricongiunti come è vissuto il ruolo educativo del padre e della madre in ragazzi già cresciuti?
Le modalità di vita del nuovo ambiente (famiglie affettive contro famiglie autoritarie) come incidono nei ragazzi e nei loro rapporti con i genitori?
Una più veloce assimilazione linguistica da parte dei ragazzi come può essere  una minaccia per il ruolo dei genitori? (la difficoltà linguistica dell’adulto non gli permette di fare da mediatore tra il figlio e i servizi). Non c’è un rischio di ribaltamento dei ruoli? o perlomeno ci sono rischi di destabilizzazione dei ruoli.
Tra i codici delle tradizioni di origine e i nuovi (o il vuoto del nuovo) i ragazzi come passano tra queste maglie e le figure di trasmissione (i genitori) come si sentono svuotate del loro ruolo e funzione?
Le famiglie che non si situano ancora qui e per questo non riescono a prefigurare una identità futura e traballano tra l’origine e l’accoglienza.
 
Integrazione e socializzazione tra pari
Ci sono molte comunicazioni di esperienze che dicono quanto sia difficile per adolescenti stranieri frequentare i loro pari italiani soprattutto nel tempo libero e di aggregazione.
Al riguardo è utile avere presente la ricerca curata da Les Cultures qui citata con due domande.
 “qui e ora”: l’esperienza concreta
Per il 54,16 % del campione la presenza di studenti stranieri non è percepita come minaccia alla qualità della scuola, e il 72% sarebbe favorevole ad avere come compagno di banco un ragazzo immigrato.
La scuola sembrerebbe affermarsi come luogo di condivisione.

Ragazzi immigrati nella tua compagnia di amici

Solo il 57,6% sarebbe favorevole ad avere dei vicini di casa immigrati. Inoltre è in calo la presenza di ragazzi stranieri nel gruppo di amici. E il 23% non uscirebbe con un ragazzo immigrato.
• Dai dati parrebbe che l’accettazione nella scuola si limiti ad una adesione ad un concetto di uguaglianza indotta dall’ambiente.
• Netta è la chiusura ad un discorso che coinvolga diritti e tutele di appartenenze culturali:
• Secondo il 48% del campione alle ragazze mussulmane non dovrebbe essere consentito di portare il velo in classe, il 43% afferma che la scuola non dovrebbe valorizzare la cultura di origine dei loro compagni immigrati e il 65% afferma che la scuola non dovrebbe riconoscere le festività legate ad altre culture.
Il Domani: la dimensione progettuale
Il 40% è propenso ad investire nella repressione dei clandestini, emerge però il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali:
• aumentata rispetto al ’98 chi è d’accordo a dare il Diritto al voto amministrativo (dal 30% al 51%)
• Il 70% crede che un immigrato irregolare dovrebbe avere diritto alle cure sanitarie di base nel rispetto dell’anonimato
• Il 76% afferma che un lavoratore immigrato deve avere dritto di accedere alla pensione italiana e al sussidio di disoccupazione.
• Appare soprattutto un cambio epocale l’affermazione che il figlio di immigrati che nasce in Italia deve essere italiano (75%)
• Il passaggio da un diritto basato su lo ius sanguinis al diritto basato su lo ius soli appare acquisito nelle nuove generazioni.
Elda Cariboni – progetto Diverso da Chi?

Integrazione e successo scolastico
La scuola riesce ad essere luogo e veicolo di integrazione? Quanto incide il successo scolastico in questa dinamica e quanto gli alunni stranieri riescono ad avere successi scolastici?
I problemi di inserimento e integrazione riguardano per lo più i ragazzi migrati in adolescenza, mentre gli stranieri socializzati in Italia, nati o giunti nell’infanzia, presentano caratteristiche del tutto simili ai ragazzi italiani delle classi sociali medio-basse.
La migrazione in adolescenza è uno snodo biografico, si tratta di un periodo di blocco nella costruzione della propria identità, di un processo di regressione legata a incapacità, inadeguatezza, mancato riconoscimento dei livelli di autonomia precedentemente raggiunti. In sintesi i soggetti più fragili sono:
• i nati all'estero e giunti in Italia a partire dai dieci anni;
• coloro che giungono in Italia ad anno scolastico iniziato;
• coloro che provengono dai contesti africano (marocchini soprattutto) e asiatico (cinesi in particolare);
• i  maschi più delle femmine.

Molto interessanti sono i dati su un ritardo e successo scolastici:
• a tredici anni il 55% degli alunni stranieri è in ritardo rispetto al percorso standard degli studi;
• a quattordici anni il ritardo sale al 66%;
• a quindici anni al 75%.

I motivi del ritardo non  sono legati soltanto alle bocciature, ma anche all’inserimento in classi inferiori di uno o due anni rispetto alla loro età, scelta fatta dai docenti per agevolare la comprensione e il recupero ma che a volte presenta risvolti di frustrazione e alienazione dello studente dal gruppo classe.
Peraltro il tasso di insuccesso scolastico vede una differenza dell’8% con gli studenti italiani delle scuole medie e del 12,5% con quelli della secondaria superiore.
Per un periodo più o meno lungo i ragazzi neoarrivati stanno spesso in classe irrigiditi e silenziosi, i problemi non sono soltanto legati alla comprensione della lingua ma anche alle modalità pedagogiche (per lo più tradizionali e trasmissive nei paesi di origine) e disciplinari (più rigide), nonché alle carenze di sostegno nei compiti da parte dei genitori: solo il 25% degli stranieri riceve un aiuto a casa, contro il 47% degli italiani (70% se un genitore è laureato). Spesso questi ragazzi si ritrovano soli nel cammino di apprendimento scolastico e devono contare soltanto sulle proprie, già deboli, risorse.
In contrasto con le aspettative formative, le aspettative lavorative dei ragazzi immigrati sono molto simili a quelle dei ragazzi italiani: i lavori più desiderati sono quelli di natura intellettuale, meno considerati sono quelli del settore operaio e anche impiegatizio, mentre c’è una propensione per il settore artigianale. Come tra gli italiani la propensione per i lavori più qualificati aumenta al crescere del livello socioeconomico. Si tratta però di aspettative che si vanno a scontrare con la realtà del mondo del lavoro in Italia; il lavoratore  immigrato è inserito al livello dei mestieri più umili e in nicchie di specializzazione etnica che rimangono piuttosto stabili nel tempo. La grande maggioranza (77%) delle famiglie straniere si inserisce infatti nella fascia di benessere bassa e medio-bassa.
(fonte Caritas Ambrosiana sulla città di Milano 2011).

Perché questo evento?
Adesso.
Se non ora, quando?
Abbiamo scritto con evidente coscienza: non siamo interessati a quanto il Comune possa fare  per la Casa sul pozzo ma noi, de la Casa sul pozzo, chi essere e cosa fare per la nostra città/territorio?
È a partire da questa posizione che lanciamo un evento di studio e sperimentazione, che abbiamo chiamato giàenonancora,  attorno ad una questione vitale: il futuro di centinaia di adolescenti e giovani, arrivati ad abitare nel nostro territorio. Il fenomeno è di una visibilità quotidiana.
Questi giovani chi sono e come si sentono nella nostra città/territorio? Come si sentono gli altri giovani, quelli nati qui e gli adulti, di fronte a questa presenza? Quali le difficoltà e quali le potenzialità?
Perché?
La proposta obbedisce ad un’altra presa di coscienza.
Di fronte alla portata del fenomeno migratorio non si può continuare a ragionare in termini di integrazione-esclusione. Questo è un asse sostanzialmente vecchio, sconfitto dalla realtà dei fatti,  perché non c’è un dentro così saldo da contrapporre al fuori e gli immigrati non sono così esigui da contrapporsi a un dentro. La posta in gioco che si profila di fronte a noi è molto più ambiziosa: riguarda la costruzione di una città/territorio non diciamo domani, ma perlomeno dopodomani; quindi non è un problema di integrazione/esclusione ma un problema di costruzione perché questo mondo è già. (Stati generali de la Comunità di via Gaggio).
Il progetto Crossing lavora in questa prospettiva di costruzione. La comunità di via gaggio accompagna da sei anni centinaia di adolescenti di oltre 30 Paesi a fare un inserimento nel territorio lecchese e a prendere parola sulla propria vita. Questa parola ha colori, timbri diversi e bisogna imparare un nuovo alfabeto per capirci.

Né carne né pesce, ma uovo
Una ragazza italo-etiope di nome Lucia G. ha scritto in un articolo di non sentirsi né carne né pesce, ma uovo. In una frase è riuscita a condensare il dilemma esistenziale di essere figli di immigrati qui in Italia.
Abbiamo scelto tre parole chiave per entrare nella questione: Eredità, Paure, Futuro/Speranza.
Eredità: qual è il  patrimonio personale? dal padre oltre il nome quale compito è stato trasmesso? Dal paese dove si è nati cosa è stato raccolto da costituire il modo di vivere e di pensare?
Radici, tradizioni. Qual è la dote che questi giovani portano con sé?
Paure: cosa spaventa e blocca? cosa impedisce di assumere le proprie responsabilità? Il senza futuro è una tragica prospettiva per milioni di giovani.
Quattro  milioni di loro, in Italia,  sono costretti da una situazione economico-politica a non averlo.
Sono la prima generazione negli ultimi 150 anni ad avere davanti a sé una prospettiva di vita peggiore rispetto a quella dei propri genitori e nonni; tanto che sono questi a sostenere la loro vivibilità e quella della possibile famiglia. (www.ilnostrotempoeadesso.it).
Futuro/Speranza: cosa muove verso il futuro? quale porta pensiamo di aprire di fronte a noi? quale prassi sviluppare?

Giàenonancora, come a dire: siamo qua ma non siamo ancora là; c’è una parte, il futuro che ci attende; c’è un nuovo che va esplorato e progettato.
È un pensiero che deriva dalla riflessione cristiana e non solo ma che dice: dobbiamo costruire una nuova città e una cittadinanza conviviale, attraverso le competenze, le sensibilità, le potenzialità, gli sguardi che provengono dalle varie e molteplici storie e Paesi.
Il già è l’oggi, qui; è il patrimonio di memorie che ognuno porta con sé.
Il non ancora è la sfida di quello che non c’è.

Se non ora, quando? Adesso
Adesso cosa vuol dire?
Qualcosa che si può rimandare e attribuirla a un domani o a un dopodomani?
No, è il momento propizio che ci viene offerto per leggere e interpretare i segni che la storia ci offre, scoprirne le dinamiche e offrire risposte pienamente umane è responsabilità collettiva.
È il tempo, non rinviabile, per pensare ad una  nuova struttura antropologica e culturale del territorio, alle specificità offerte da queste presenze diversificate, alle difficoltà inerenti all’incontro tra le diversità, ai rischi che si possono correre, alle risorse e le energie da investire.
È tempo delle scelte coraggiose, oltre le paure. 
È tempo complesso, per i soggetti che interagiscono, per le trasformazioni mondiali che stanno avvenendo attorno ai beni fondamentali dell’uomo e al diritto di cittadinanza, per il rigetto di un modello narcisistico espresso in questi anni nella vita politico – sociale italiana.
Non è il tempo delle sbornie o degli aperitivi infiniti, ci vuole lucidità di pensiero, tempi monacali di silenzio, resistenza interiore forte e personale.
C’è da maturare la coscienza che questo tempo ci richiama ad una funzione fondamentale: quella di essere educatori, un’operazione rivoluzionaria, attraverso la quale aiutare la scoperta della posizione personale nel prendere parola responsabile su di sé e sul tempo/mondo che ci circonda e nel quale siamo immersi.
Il fallimento è dietro l’angolo, basta scegliere la linea della compiacenza, dei luoghi comuni.
 Gli adulti abbiamo consegnato ai più giovani questo modello nel quale sembrava di doverci mummificare. Le donne, i giovani, i precari – tutti i più vulnerabili – hanno acceso la miccia, dicendo alcune parole frustra: se non ora, quando? Basta. Adesso.
Noi abbiamo ripreso Giàenonancora facendolo diventare un sostantivo. Ha dentro di sé la forza di  obiettare, rifiutare la violenza, alzare la testa, indignarsi di fronte al male e chiamarlo per nome, ridurne l’aggressività, progettare e sperimentare ma soprattutto ascoltare, entrare in empatia, accogliere le persone e i loro racconti di vita, ospitare.

Nel vento del cambiamento espresso in questi giorni ricordiamoci che Lecco ha dato il buon esempio qualche anno fa.
Angelo Cupini
2 giugno 2011

comunità di via gaggio - Lecco - codice fiscale 83008260131 - partita iva 02337960138 credits