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| 22 anni. Italia |
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Intervistatore: Come ti chiami?
Mauro: Mauro Anghileri.
I: Quanti anni hai?
M: 22.
I: Da dove vieni?
M: Italia, Lecco.
I: Da piccolo cosa ti immaginavi saresti diventato?
M: Calciatore, astronauta, grandi cose, poi ti accorgi che cose umili, più modeste possono darti grandi soddisfazioni, non so se è un accontentarsi o un vedere meglio la realtà, vedere in modo diverso anche me stesso, prima cose mirabolanti adesso più piccole che danno grandi soddisfazioni.
I: Cosa pensi della città di Lecco?
M: Dalla città mi aspetterei qualcosa di meglio soprattutto per ragazzi della mia età, sia italiani che stranieri, ha molte potenzialità dal punto di vista paesaggistico, c’è il lago, la montagna, ma i luoghi di aggregazione sono la piazza e la strada. C’è poca iniziativa, ci sono state proposte ma non sono state accolte perché non c’erano poche realtà in grado di farlo.
I: Cosa ci vorrebbe?
M: La mia età mi toglie credenziali a volte quindi in generale mi piacerebbe che la gente si fidasse di più di un ragazzo di vent’anni, che non dicesse che l’idea di un ventenne è sbagliata o irrealizzabile, magari a questa età si può avere una prospettiva che integra quella del cinquantenne o sessantenne quindi mi piacerebbe collaborare di più in questo senso.
I: Nella tua vita ci sono stati degli incontri che ti hanno cambiato? Nel modo di vedere le cose o hanno cambiato qualcosa di te?
M: Si, trovarne uno in particolare è abbastanza difficile perché ogni persona, ogni luogo ti da una prospettiva che prima non conoscevi.
Se ci penso, da quando ho cominciato a venire alla casa sul pozzo, al progetto Crossing, ho cambiato modo di vedere e approcciarmi alla realtà, un modo di fare esperienze e conoscere la realtà. Anche se all’inizio era difficile perché incontravo persone e mi dicevo: come fanno a pensare cosi? Poi ti accorgi che le differenze non sono nemiche dell’incontro, della convivenza civile, dell’amicizia, anzi, l’allarga a 360 gradi. Poi c’è bisogno di pazienza e di lavorare anche su te stesso. Sono stato fortunato perché ho conosciuto ragazzi provenienti da tutto il mondo che avevano la mia età e quindi porto avanti rapporti di amicizia ancora oggi. Credo sia importante per un ragazzo della mia età. Mi guardo intorno e vedo persone che non sanno nemmeno cosa vuol dire avere una religione diversa, provenire da un paese diverso, avere genitori che la pensano in un certo modo. Su questo non mi sento un esperto ma mi sento più preparato e anche nell’incontro col diverso so come approcciarmi, so cosa aspettarmi, so come prenderlo, so che al primo impatto ci possono essere modi di essere, di fare, di pensare completamente diversi dai miei, che all’inizio non so spiegare e invece di cambiare strada subito per la diversità, ho degli strumenti per ragionare sulla diversità e convivere con la mia.
I: Come ti vedi tra 10 anni? Cosa sarai diventato?
M: Con una famiglia, e continuare su questa strada del sociale, dell’integrazione perché c’è ancora tanta strada da fare.
I: La tua città fra 10 anni?
M: È uguale da 10 anni, l’unica cosa sono i nuovi abitanti però il fatto di avere sempre le stesse politiche e proposte da cosi tanto tempo, nonostante questi nuovi abitanti, fa pensare, spero che in questi 10 anni si possa fare qualcosa da questa parte. Spero in una città più aperta a chi arriva ma anche verso l’esterno, a nuove realtà, più proposte culturali soprattutto verso i giovani, che hanno mille potenzialità e interessi e li vedi frustrati e ragazzi della tua età che passano le giornate sulle pensiline, nei parchetti a non far nulla perché si ha la sensazione di avere poca incisività sulla realtà, di non poterla cambiare. Questo pesa.
I: A cosa associ la speranza?
M: Il fatto che ci sia una città più aperta, che ci siano persone più aperte, che sanno avere pazienza nell’incontro con l’altro, disposte a non fermarsi di fronte alla prima difficoltà o diversità che cercano modi di convivenza tra mentalità completamente diverse. Non che una viva di fianco all’altro senza neanche guardarsi. Il fatto di saper creare un terreno comune, una via di mezzo. Oggi mi pesa tanto vedere che ci sono posti o attività dove vanno solo gli italiani, poi vai in stazione e vedi il gruppo degli africani, vai al parco e trovi i sudamericani. Tutti cosi vicini ma non ci si vede nemmeno quindi per me la speranza è che si riesca a trovare un luogo in mezzo a questi altri luoghi individualizzati, specializzati.
I: Su che cosa si potrebbe creare l’incontro tra ragazzi italiani e di immigrazione?
M: L’incontro va trovato in cose pratiche, la musica è un luogo molto privilegiato perché la musica è la sintesi del mettere insieme le diversità, mettere insieme diverse sonorità, anzi la musica ha successo quando riesce in questo. Il cantare, il poter scrivere dei testi e i luoghi connessi, il ballare, il fatto di non trovarsi davanti ad un tavolo e dire: adesso cosa facciamo per mettersi insieme? È un modo leggero per iniziare questo percorso, poi non si può solo ballare e cantare, non si può iniziare subito dall’astratto dai massimi sistemi.
I: C’è qualcosa che hai desiderato e si è realizzato?
M: Si mi sento realizzato, al di la di quello che pensavi da piccolo, come dicevo prima. Il fatto che vuoi stare a casa e poi vengano tre amici a suonarti e ti chiedano di uscire per me è già una realizzazione, il fatto di avere un lavoro, di aver potuto studiare. Per me queste cose piccole, che spesso sono trascurate sono già una grandissima soddisfazione, mi sento fortunato ad aver avuto la possibilità di realizzarmi, quindi si mi sento realizzato.
I: Rispetto al sogno della tua città come luogo di dialogo tra diversi quale contributo potresti portare tu?
M: La musica e la pazienza, non si può pretendere di capirsi subito con persone completamente diverse che hanno avuto esperienze totalmente diverse, bisogna litigare, sbatterci la testa, non parlarsi per due settimane e poi chiarirsi. La speranza non stando seduti ad aspettare il cambiamento ma mettendoci del proprio, ognuno nel suo piccolo, con le persone che conosce può far qualcosa per la speranza senza star seduto a sperare, allora forse si potrà fare qualcosa.
I: Immagini che anche nella tua vita ci possa essere un’esperienza di migrazione?
M: Mi piacerebbe sia per curiosità mia, sperimentando altri posti con altre abitudini, sia per provare sulla mia pelle quello che mi raccontano, che percepisco come doloroso ma poi esattamente, con tutta l’ empatia che posso metterci, non posso sostituirmi all’altro. Ho conosciuto tante persone che provengono da altri paesi, mi hanno dato tanto penso che potrebbe darmi tanto fare la stessa esperienza che hanno fatto loro.
I: La vedi come un momento di crescita importante?
M: Si
I: Cosa consegneresti a tuo figlio? Che tipo di mondo? Di città?
M: Di sicuro una città dove, quando esci la sera, non la trovi vuota, ma gente che si incontra e fa festa, una cosa leggera che metta insieme le persone, incontrarsi, uscire, ballare, stare insieme. Invece quando io esco la sera non c’è nessuno. Mi piacerebbe che quando mio figlio uscisse e non dico come mia mamma "stai attento perché non c’è in giro nessuno e magari nel vicolo chissa cosa ti succede"; ma c’è tanta gente che vuole divertirsi, vuole stare insieme e quindi non avrei nessuna preoccupazione. E se penso a mio figlio mi viene un po’ di tristezza perché pensando al discorso che faceva Martin Luther King 60 anni ma non mi sembra sia cambiato molto, lui diceva vorrei vedere i figli degli schiavi giocare sulla collina con i figli degli schiavisti. A me piacerebbe vedere la stessa cosa, i figli delle persone che stanno arrivando a Lampedusa giocare con mio figlio, questa mi sembra una bella speranza. |
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