 |
 |
| 26 anni. Camerun |
| |
|
|
Intervistatore: Come ti chiami?
Stephan: Stephane.
I: Da dove vieni?
S: Camerun.
I: Da piccolo come ti vedevi a 26 anni?
S: Mi vedevo ancora studente perché dalle nostre parti la gente studia fino a 40 anni, studente senza lavoro, c’è stabilità politica ma c’è poco lavoro così la gente spesso è costretta a continuare a studiare.
I: Da piccolo ti immaginavi abitante di un altro paese?
S: Ho sempre desiderato scoprire altri paesi, pensavo che prima o poi avrei fatto un giro da qualche parte un po’ per vedere come vive la gente dall’altra parte, un po’ per conoscere le altre culture, ho sempre voluto vivere all’interno di un'altra cultura.
I: La cultura italiana te la immaginavi così com’è?
S: Dalle mie parti si dice che l’Italia è famosa per la pizza e allora ho sempre pensato che quando sarei arrivato in Italia avrei mangiato tanta pizza. Alcuni aspetti della cultura italiana somigliano alle nostre tradizioni, come l’accoglienza.
I: Ci sono delle cose diverse rispetto a quello che avevi pensato?
S: Non tanto perché alcune aspettative le sto realizzando in questo momento, ad esempio ho sempre sognato di fare musica e la sto facendo, ho sempre sognato di aiutare le persone e lo sto facendo. mi sento realizzato rispetto ai desideri che avevo.
I: Un incontro significativo, importante che ha cambiato la tua vita.
S: È sicuramente l’incontro con la mia compagna. Mi ricordo quando sono arrivato in Italia, sei o sette anni fa, ero un bambino, avevo paura e vivendo in questa incertezza l’incontro più bello è stato quello con la mia compagna che poi si è realizzato con la venuta di mio figlio, che mi ha cambiato tantissimo, sulla responsabilità, sulla paternità, conoscere meglio la cultura dove sto vivendo. Essendo africano e lei italiana c’è questo problema di integrazione delle culture perché ha volte il senso di quello che sto dicendo non viene appreso completamente da lei e viceversa. Sono queste cose che fanno l’intercultura, a casa c’è sempre un flusso di intercultura, uno scontro piacevole, quando parliamo, discutiamo o relazioniamo e quindi è un’incontro molto importante della mia vita. È uno degli incontri che mi ha radicalmente cambiato. Dalle nostre parti si dice che un uomo senza figli è un uomo perso, quindi avendo già un figlio mi sento un po’ più realizzato. Da noi si dice anche che un figlio è una ricchezza, io non sono ricco ma lui è la mia più grande ricchezza.
Abbiamo deciso di essere una famiglia multiculturale.
I: Fra 10 anni come ti vedi?
S: Spero di aver cambiato paese perché mi piace esplorare, vedere, vivere la quotidianità di un’altra cultura. Magari porterò la mia piccola esperienza che ho accumulato qui in un altro posto così potrò condividere le mie esperienze con altre persone. Spero di portare anche mio figlio così anche lui avrà la possibilità di scoprire altre realtà, non chiudersi soltanto ad una realtà, aprire la sua mente a diverse altre cose.
La mia vita in occidente la vedo come un percorso, la prima tappa in Italia, la prossima sarà un altro paese dove porterò sia le mie tradizioni sia le esperienze fatte in Italia.
I: Come vedi Lecco tra 10 anni?
S: Come emigrato spero che Lecco sarà più meticcia perché una cosa bella che vedo quando sono in giro con la mia compagna e mio figlio o con gli amici sono le coppie miste. Spero di vedere persone di diversi colori che vanno assieme, che si intendono, che non vengono giudicate per il colore della loro pelle. Spero che tra 10 anni Lecco abbia superato questa difficoltà, oggi la vive come tale.
I: Per te cos’è la speranza?
S: Per me la speranza è un momento di tranquillità con te stesso e con la gente che ti sta intorno. Non è legato ad un aspetto economico, la lego alla relazione tra le persone. Anche legato a te stesso, trovare una speranza in te stesso. La vivo così la speranza, un momento di tranquillità e di pace.
I: Ci sono delle tue speranze che oggi vedi realizzate?
S: Si la musica, cantare, aiutare la gente. Ci sono altri desideri che per ora preferirei tenerli per me.
I: Ci sono delle cose che potresti fare per costruire la tua città fra 10 anni? Come potresti contribuire?
S: Si dice dalle nostre parti che la donna più bella del mondo può dare soltanto ciò che ha. Cioè se uno sa cucinare quello che può dare sarà la sua esperienza di cuoco, il suo talento di cuoco. Quindi se fra 10 anni farò ancora musica il mio contributo sarà nel campo della musica, soprattutto centrato sui giovani perché sono la radice di questa società, se dobbiamo curare il male di questa società dobbiamo partire dalla radice che sono i giovani. Quindi con la mia esperienza cerco di insegnare loro dei valori che possono servire domani al loro sviluppo. Con il mio aiuto fra 10 anni creare un luogo dove tutti i giovani possono trovarsi senza il problema della provenienza e dove tutti parlano lo stesso linguaggio, la musica, l’arte. Questo è il mio desiderio tra 10 anni. Creare un posto dove i ragazzi si sentano tranquilli, accolti dove hanno la possibilità di dire qualcosa senza essere giudicati. Uno spazio dove neri, bianchi gialli parlano la stessa lingua, amano le stesse cose, mangiano lo stesso cibo, uno spazio dove tutti si trovino in armonia.
I: Come vedi il partire?
S: Io mi sono detto che a 45 anni torno nel mio paese, vado in pensione e torno in africa. Ho 26 anni fra 10 anni spero di essere in altro paese e poi spero di tornare nel mio per riportare tutto quello che ho imparato in questi anni che sono stato fuori, la speranza di una riconsegna verso quei fratelli che non hanno avuto la possibilità di uscire da quella realtà dove sono nato. Il mio è un percorso di formazione.
Ho 26 anni e prima di tornare cerco di accumulare più esperienze possibile. Come un papà che lascia andare suo figlio sperando che ritorni con un po’ più di chiarezza sulle cose che vuole fare. Quindi il mio percorso in occidente è un po’ questo:andare, scoprire imparare e tornare dalla mia gente e usare queste esperienze per aiutare le persone che non hanno avuto la possibilità di lasciare il loro paese. Aiutare i ragazzi a capire una cultura che vedono soltanto in televisione.
I: Quindi non una vera pensione?
S: Essere a casa per me è già pensione.
I: Una speranza concreta per il futuro?
S: Continuare a lavorare con i giovani e valorizzare le ricchezze che hanno dentro che spesso non riescono ad esprimere a causa di fattori esterni, la famiglia, la strada, mi piacerebbe creare uno spazio dove tutti i ragazzi possano sentirsi a casa loro.
I: Quale futuro vorresti consegnare a tuo figlio?
S: Consegnare il futuro a mio figlio non lo posso fare è lui a scegliere la sua strada. Gli farò vedere alcune strade che può prendere per raggiungere un certo obiettivo però non sono io a decidere per il suo futuro sarà lui a decidere per il suo futuro. |
|
|
|