In Italia da 1 anno e mezzo.
Intervistatore: Allora, tu sei?
Aurélie: Aurélie
I: Quanti anni hai?
A: 27
I: E arrivi?
A: Dal Belgio
I: Sei in Italia da quanto tempo?
A: Da una anno e mezzo, un po' di più..
I: E sei venuta in Italia perché?
A: Perché ho il fidanzato italiano
I: Conosciuto in Italia o..?
A: Conosciuto in Italia durante un campo di volontariato nel 2003 e.. poi sì a distanza per un po' di anni e alla fine abbiamo pensato un po' a chi... chi poteva spostarsi di più, abbiamo ragionato e siccome io parlavo le lingue e avevo
la laurea mi sono spostata io.
I: Parlavi le lingue.. tu sapevi già l'italiano?
A: No, io l'italiano ho iniziato a impararlo un po' io la metterei così, perché mi piace sapere una lingua se vado in un paese e un po' l'ho imparato così; e poi nel 2005 mi sa ho iniziato a fare i corsi...
I: In Belgio?
A: In Belgio sì, e l'ho fatto per due anni. Dunque quando sono arrivata parlavo... eh non male, però non bene... ce la facevo però non era il massimo
I: Nel bene e nel male.. ma la tua lingua di origine, la tua lingua madre?
A: Mah... sono due. Il francese perché mia mamma mi ha sempre parlato in francese e il fiammingo cioè l'olandese.
E.. ho fatto tutta la scuola in olandese, mio papà mi parlava in olandese e... sì, dunque sono sempre state due, a casa si parlava sempre le due lingue.
I: La prima parola se ti ricordi che hai imparato dell'italiano, qual'è? Anche da bambina... la prima parola che ti è rimasta?
A: Eh ma.. l'italiano il problema è che tante cose sono nel quotidiano tipo pizza, pasta... queste cose sono.. persino la prima parola forse sarà stato forchetta o non so... qualcosa delle posate perché durante il campo passavo il mio tempo a chiedere al collega nostro responsabile -ma quello come si dice quello in italiano- e dunque io ho imparato un po' di parole così... ma forse sarà stato carrello, sasso, carriola ... delle cose di lavoro perché stavamo lavorando nei boschi
e dunque saranno stati gli attrezzi.
I: Gli attrezzi, interessante. Ci sono degli attrezzi che sono degli oggetti per lavorare e ci sono gli attrezzi che sono le parole per imparare una lingua. Quando tu sei riuscita a fare la prima frase in italiano?
A: Mh.. ma forse quell'anno nel 2003 che poi dopo il campo sono tornata, sono andata in Sicilia con mio fratello piccolo, e in Sicilia ci siamo trovati in un posto dove nessuno parlava nessun altra lingua dall'italiano e ci hanno rubato la bici... e siamo andati a fare la denuncia.. non so dai carabinieri lì... e lì ho dovuto più o meno spiegare quello che è successo però io l'italiano che sapevo era quello francese un misto con un po' di latino e quello che avevo sentito durante il campo.. dunque non so se era proprio una frase però è la prima volta che ho dovuto veramente comunicare in italiano perché quel carabiniere lì non parlava niente... tranne il siciliano, del suo paese lì.
I: E adesso ti capita di sognare italiano?
A: Di sognare?
I: Sognare
A: Penso di sì
I: Ti ricordi quando hai sognato per la prima volta in italiano?
A: No... quello non.. mi avevano già chiesto quello per l'inglese perché ho fatto un anno in Canada per l'inglese e non... non è una cosa che mi è rimasta
I: Hai nostalgia della tua lingua?
A: Sì
I: Di qualche parola in particolare?
A: Mah... forse più di espressioni. Allora, la mia lingua prima forse devo dire che anche se ho due lingue la mia lingua la considero il francese, perché... non lo so il francese è la mia madrelingua e anche la lingua di mia mamma e la lingua nella quale ho lavorato, ho studiato e quella forse che mi rimane più vicina. Anche se poi l'olandese, il fiammingo, lo parlo ancora però mi viene meno facilmente, meno bene. E ho anche l'impressione di potermi esprimere di più in francese, e dunque sì mi manca... sì l'espressioni ma anche il suono. Ogni tanto l'italiano mi... non è che mi infastidisce proprio mi stanca
I: Nel senso?
A: Che ci sono tutte queste cose da pronunciare che non sono facili..che non riesco bene.. è difficile. Ogni tanto vorrei solo essere in Belgio o in Francia a parlare il francese e basta.
I: Tu dicevi il francese è la mia lingua madre, è un azzardo dire che l'italiano è la tua lingua padre?
A: Mh... no non penso che lo sia, non ancora.
I: E il fiammingo?
A: Sì, perché il fiammingo lo associo molto a mio padre.
I: Ma anche la lingua della norma, della regola, del riferimento?
A: Non lo so
I: Il francese è la tua lingua madre. Prima ti ho chiesto se c'era qualche espressione, qualcosa, che tu ricordavi e che era per te intraducibile. Ma secondo te si può dire che c'è una lingua degli affetti e una lingua della comunicazione, della necessità?
A: Sicuramente sì.
I: E ci sono delle parole che fanno parte della lingua degli affetti, cioè per te il francese, che tu non useresti mai in italiano?
A: Sì perché ci sono delle parole in francese che non riesco proprio.. che non esistono in italiano, che hanno una certa... nuance, non so neanche come si dice.
I: Sfumatura
A: Sì una sfumatura che io non ritrovo in quella italiana
I: Tipo, ad esempio?
A: Per esempio quando mi arrabbio, quando mi arrabbio veramente tanto, e mi è successo ancora venerdì. Eravamo colla mia collega arrabbiati su cogli adolescenti che seguiamo e non sono riuscita a dirlo perché mi veniva in francese. E sì no l'ho detto in francese, forse avrei dovuto dirlo in francese, però non mi veniva. Per cui quando le emozioni sono
o complicate o intense, non riesco bene.
I: Quando le emozioni sono complicate o intense non riesco. Secondo te c'è il dolore che viene dal non poter dire nella lingua in cui...
A: Sì, è una frustrazione; anche il fatto che se poi lo dico in francese.. vabbé con Stefano lui lo capisce, però con altre persone...
I: Stefano?
A: Stefano è il mio fidanzato
I: Invece con altre persone no?
A: No... qualcuno sì lo capisce e qualcuno... poi non ho sempre voglia per esempio con quegli adolescenti che seguo
al lavoro, non ho voglia di iniziare a dirlo in francese che comunque loro non sono... non hanno neanche voglia di capirlo, neanche l'italiano, figurati il francese.
I: Per cui possiamo dire che una quota di parole in meno, una quota di dolore in più, nel senso che se uno non ha le parole per dire sta più male.
A: Sì, penso, se la persona ha bisogno di esprimere, perché secondo me ci sono delle persone che non devono esprimere cose. Io invece penso di essere una che ha bisogno di esprimere, e dunque è difficile. Proprio in questi giorni, nel senso dopo un anno e mezzo qui in Italia, alcune cose non riesco ad esprimerle se non in francese. Quando vado a casa in Belgio e voglio spiegare qualcosa non ci riesco sempre e anche quello è una sofferenza perché mi vengono le parole in italiano, qualche sfumatura, qualche espressione che rende bene quello che vivo qui e che non riesco a dire in francese... e anche quello mi.. fa arrabbiare.
I: La sensazione dello spaesamento, dell'essere...
A: Sì ma è tutto...mette veramente in evidenza quello che sto vivendo, cioè il fatto di non sentirmi a casa in Italia ma neanche più in Belgio, e di essere un po'.. dalle due parti.
I: Come se... uno cercasse una terza patria, un terzo posto dove stare dover poter usare delle lingue che sono una mescolanza di cose.
A: Sì, è quello che facciamo a casa con Stefano, col mio fidanzato, non c'è una frase che sia in una lingua sola. Noi ne usiamo tre tra di noi.
I: Tu sei grande, ma è importante per te, per un adolescente oggi, trovare questo spazio dove poter appunto esprimersi in una lingua che è un misto di cose ma dove uno almeno può dirsi, può raccontarsi.
A: Sì, secondo me è importante. Poi di nuovo, per le persone a cui serve esprimere; secondo me qualcuno non è così, qualcuno non ha voglia di dire le cose. Ma per uno che ha questo bisogno è importante e non è facile trovarlo, tranne se hai un amico o un'amica che parla la stessa lingua e che ha vissuto quello che vivi tu, non... è difficile.
I: Ho fatto una domanda simile a Moni Ovadia e gli ho chiesto se la lingua poteva essere la nuova patria; lui mi ha risposto che... sì nel senso che la lingua dovrebbe essere la vera terra di appartenenza. Tu cosa pensi, che rapporto c'è tra la lingua e la terra?
A: Mah, secondo me il rapporto comunque c'è, perché per esempio....
I: Tu ti senti più legata alla tua lingua o alla tua terra, la tua identità la trovi più nella lingua o nella terra, per te essere belga è più appartenere a una lingua appunto o...
A: Allora per me essere belga significa appartenere a più lingue perché il Belgio è molto diversificato e multiculturale.
Il fatto di parlare due lingue del paese già... mi sento belga perché posso comunicare sia con un fiammingo che con un francofono, poi con l'inglese in più, anche con tutti gli stranieri che ci sono bene o male ci riesco. E dunque per me il Belgio non è legato ad una lingua sola, è legato a questo fatto di parlare più lingue e dunque...
I: Come vivete in Belgio questa cosa di essere un unico stato, un'unica nazione ma divisa.
A: Guarda, ho fatto la tesi su quella cosa ed è molto interessante. Allora, a livello politico, mediatico, c'è una battaglia... sì una lotta linguistica da sempre, perché ci sono anche tanti fatti storici che sono legati alla lingua. poi ci sono tutti gli stereotipi che hanno un popolo per l'altro e viceversa. Dunque è molto.. .non è solo la lingua ma è proprio tutta la cultura, perché i fiamminghi non sono per niente come i francofoni, però quello è a livello abbastanza mediatico, politico; poi a livello personale secondo me la gente che parla le due lingue si sente veramente belga. Non so, allora io non posso dire perché la maggior parte dei miei amici parla le due lingue e dunque secondo me siamo molto favoriti per questa cosa perché capiamo tutti e ci capiamo tutti; comunque in Belgio la lingua è molto legata alla cultura, tantissimo. Un francofono non è come un fiammingo, sono abbastanza diversi.
I: Sintetizzo troppo se dico che si può davvero essere uno quando si è due. Nel senso che si è belgi quando si è contemporaneamente francofoni e fiamminghi, quando si sanno abitare le due lingue allora si può...
A: Sì, allora... se dico quello mi faccio uccidere da tutti gli altri che parlano una lingua sola e lo capisco , però io, per me, mi sento belga perché parlo le due lingue, perché faccio parte delle due comunità ma è un'idea personale quella. Sicuramente ci sono francofoni e fiamminghi che si sentono belgi e va benissimo.
I: Andiamo invece sulla musicalità, sui suoni... c'è una lingua che è più musicale di un'altra, c'è una lingua che si presta meglio di un'altra, tu cosa pensi...
A: Ma proprio la musica?
I: Sì, nel senso, proprio i suoni di una lingua. Ci sono lingue più dure altre più...
A: Sì sicuramente, il fiammingo per esempio è durissimo rispetto all'italiano e al francese. Il fiammingo è come il tedesco una lingua... a me il tedesco non piace perché è molto duro, molto.. poi sicuramente c'è anche tutto quello che c'è dietro con... eh sì i tedeschi vabbè... però l'italiano sì è una lingua molto noi la diciamo “XXX” che canta. Il francese anche però meno. Poi rispetto proprio alla musica non so perché io non so tanto di musica... a me piace la canzone francese perché capisco quello che si dice e ci sono cantautori bravissimi che fanno... è come un libro. ascoltare una canzone in francese ogni tanto è come leggere un libro, è bello, suona bene e c'è anche il contenuto. Però l'italiano mi piace... c'è un gruppo che mi piace tantissimo che sono i (???), non so se li conosci..
E da quando... già dall'inizio mi piaceva perché i suoni son belli, perché la musica è bella. Poi da quando ho cominciato a capire veramente tutto, mi piace veramente tanto. Anche loro è come leggere un libro, come leggere una storia, e suona bene, c'è anche il contenuto.
I: Hanno rubato molto a De Andrè, sono bravi.
A: Sì sì.
I: Qualche battuta, qualche motto di spirito, qualche parola che in una lingua vuol dire una cosa e nell'altra un'altra...
A: Sì sì, tantissimi. Tutti i giorni ne troviamo... adesso a trovarne una così... aspetta... spesso faccio... sì sono più falsi amici che mi fanno fare gli errori. Tipo dico sempre dico la lampa invece che la lampada perché in francese è la lamp, poi tantissimi... adesso trovarti un esempio non te lo trovo, però ogni giorno, dieci volte.
I: Stefano mi raccontava che quando vai a prendere il pane è sempre... interessante vedere come il tuo nome viene scritto dal panettiere.
A: Sì all'inizio... adesso lo scrive bene perché l'ho scritto due o tre volte però all'inizio sì... ma anche dirlo, ho iniziato
a dare ripetizioni di francese...
I: Aspetta, ricordaci come ti chiami...
A: Aurélie. Che si scrive.. è la versione francese di Aurelia dunque si scrive con la A e la U e finisce con la I e la E. Adesso sto facendo queste ripetizioni di francese con un bambino delle medie e nessuno, la mamma e il papà, lui e la sorella riesce a dire il mio nome. E l'ho già detto più volte. Poi dico... spesso quando dico -è la versione francese di aurelia- dicono -ah sì!-... allora alcuni mi chiamano poi Aurelia e basta, altri poi fanno uno sforzo e mi chiamano Aurélie.
Però tanti, anche i bambini a scuola con cui lavoro, tanti fanno fatica e lo dicono.. non so neanche come non riesco a dirlo io, però io lo dico sempre com'è, Aurélie colla erre francese così, però loro non riescono... e anche questa cosa ogni tanto mi dà fastidio perché io sono Aurélie non sono quello che dicono loro e non sono Aurelia anche... quello un po' mi dà fastidio perché vabbè, per far capire com'è il nome lo posso dire, dopo un po' ho deciso di non più dire -è la versione francese di Aurelia- perché non è Aurelia.
I: Ce li hai ancora i sacchetti del pane?
A: No. Lo scriveva.. allora colla O, proprio fonetico
I: No niente sennò ti avremmo chiesto di portare la foto.
A: Ah no, non li ho tenuti. Ma lo scriveva sì fonetico colla O e la I alla fine, la E coll'accento.
I: Ci fermiamo qua.
A: Va bene
I: Grazie
A: Di niente
I: Orelì... non lo so pronunciare...
(risate)
A: No lo dici bene.. Spesso mi dicono -Ah sì, com'è che ti chiami ancora? O-Oè-Oelì?
I: Eh siamo un disastro, siamo un popolo che non sa le lingue.
A: Sì ma sai che quello l'ho vissuto anche in Canada, ho vissuto un anno in Canada dove si parla l'inglese e anche lì il mio nome... Allora uno sul pullman che prendevo ogni giorno mi chiamava Audrey perché per lui il mio nome aveva deciso che era impronunciabile e diceva Audrey, che non è il mio nome... ma tutti non riuscivano a dire il mio nome.
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