Nove di sera… solito rumore di catenacci... si apre la porta blindata...
È piccolo di statura, guarda dentro spaurito tra le guardie, dal fondo del corridoio.
Su un piccolo viso nerissimo due occhi bianchissimi e grandi  che sembrano scrutare  intorno a sé la presenza
di belve della savana per tenersene a distanza.
Sa che sta entrando in galera e si aspetta di non trovarci niente di buono.
Si guarda intorno timido. Gli sorrido. Si presenta ma non sa ancora chi sono, non sa ancora che sono lì per sbaglio
e continua a guardarmi diffidente.
Dopo un po’ di convenevoli comincia a raccontarmi la sua storia.
Si chiama Fall Ibra... lì per lì non capisco al volo qual è il nome e quale il cognome, ma lui lo sa.
Non lo sapevano invece gli agenti della guardia di finanza che dodici anni prima avevano sbagliato a scrivere il suo nome su un verbale. Noncuranti delle conseguenze avevano scritto: «Fall Iba». Ibra aveva 18 anni ed era appena arrivato dal Senegal, aveva raggiunto suo zio che da anni faceva il vù-cumprà in Italia. Inizialmente anche Ibra si era adattato a quel lavoro ed era andato a Milano su indicazione dello zio a comprare un po’ di paccottiglia da vendere. All’ultimo momento però un napoletano lo aveva convinto a comprare anche dei CD contraffatti...: «accattatell’pur’chist’, ca si vennen’ bbuono!» gli aveva consigliato. Ibra un po’ non capiva, un po’ era timido e perciò faceva più o meno tutto quello che gli veniva detto.
Al ritorno, sul metrò, c’è un controllo della guardia di finanza in borghese: gli trovano addosso i CD, Ibra non capisce neanche perché gli stanno facendo un verbale ma dice il suo nome e loro lo scrivono sbagliato.
Passa qualche mese e Ibra smette di vivere di espedienti e trova un lavoro fisso. Poi cambia casa un paio di volte. Passano dodici anni e Ibra vive in periferia di Milano, ha una moglie e due figli in Senegal, li vede per meno di un mese all’anno, lavora da anni come operaio alla centrale del latte, abita con un amico connazionale in un appartamento che hanno acquistato insieme, facendo un mutuo.
Il sogno è di vendere questa casa più avanti e comprarne un’altra adatta per far venire qui il resto della famiglia. Ibra vive e lavora per questo sogno, qui non si concede niente per non spendere soldi, non ha automobile, si muove solo
in bicicletta e con i mezzi pubblici. Dopo il lavoro rincasa e si limita a guardare un po’ la tv, non esce mai e risparmia soltanto, inviando in Senegal i soldi necessari alla famiglia.
Un giorno arriva a casa e trova una convocazione della questura,  telefona per sapere di cosa si tratti ma gli viene detto solo che deve presentarsi al più presto. Ci va subito, indossa ancora gli abiti da lavoro e le scarpe antinfortunistica.
Gli mostrano una “carta” e gli dicono che gli dispiace ma devono trattenerlo. Lui sbigottito cerca di capire qualcosa
da quella “carta” ma tra “art. dlg. comma” ecc... non riesce a capire che cosa sia successo. Chiede cosa vuol dire
che devono trattenerlo, pensa si tratti di restare lì in questura intanto che vengono chiarite quelle cose illeggibili,
ma non è così. Gli dicono chiaramente che deve andare in galera. Ibra balbetta, non capisce, lui è sempre stato un lavoratore onesto... Lo “tranquillizzano” dicendogli che si tratta “solo” di venti giorni. Non rassegnato, chiede di poter chiamare un amico che conosce un avvocato, gli rispondono di non preoccuparsi che potrà farlo comodamente dal carcere (?!?). Chiede di passare almeno un attimo da casa, anche accompagnato da loro, per prendere qualche
effetto personale e avvisare il suo amico... gli dicono di non preoccuparsi che data l’ora tarda non è possibile,
ma che tanto in carcere troverà tutto il necessario (?!?).
È impietrito, non riesce più a reagire, si lascia portare in carcere e ora è qui. Mi fa leggere la “carta”, andiamo a confrontare gli articoli di legge sui codici e qualcosa si capisce, si parla di falsificazione dell’identità e di detenzione
di materiale audiovisivo contraffatto. Ibra dice che non è vero e che lui non ha fatto niente, assolutamente…dopo un po’ comincia a capire e a collegare il tutto ai fatti di dodici anni prima. Praticamente è successo che vuoi i cambi di casa, vuoi l’errore sul nome, Ibra non ha saputo più nulla di quel verbale che invece ha innescato una serie di procedimenti rispetto ai quali non ha potuto né opporsi, né aderire, né chiedere alcun beneficio in quanto, non avendo capito allora cosa gli avessero esattamente contestato e non avendo più saputo nulla di quel verbale, lo stesso è andato avanti
fino al punto da generare una sentenza passata in giudicato e quindi incontestabile.
Non si capisce, come al solito, come mai non siano riusciti a trovarlo per le notifiche intermedie e invece ci siano
riusciti per l’arresto. Non si capisce come mai uno stato che si reputa civile non preveda rimedi per queste situazioni più di malinteso che di altro. Fatto sta che Ibra, onesto operaio immigrato perfettamente regolare, con famiglia e casa con mutuo, molto più affidabile di tanti altri italiani, si è dovuto sporcare con venti giorni di prigione col rischio oltretutto
di perdere il posto di lavoro con tutte le conseguenze del caso. Sapendo, poi, come ragiona la media dei “benpensanti” immagino già i commenti del tipo « ...ma se lo hanno fatto vuol dire che aveva fatto qualcosa... », tipica frase di chi non vive per non rischiare di dover giustificare un incidente di percorso a chiunque, anche fossero i quattro venti.
Ibra ha cominciato a dormire per terra sul materassino di gommapiuma come tutti i nuovi giunti.
Dopo dieci giorni se ne va il rumeno scortese, quello che lo guardava sempre male e alle spalle diceva che puzzava solo perché era nero, mentre in realtà quello che non  si lavava era lui, e finalmente Ibra dorme sulla branda, anche
se scassata. Il suo avvocato fa un maldestro e ridicolo tentativo di ricorso accampando un errore di nome in questa notifica e non in quella vecchia carta; la carcerazione viene impietosamente confermata.
Ibra sopporta stoicamente questi pochi ma interminabili giorni.
Fa amicizia solo con qualcuno tra quelli che sono lì per sbaglio e dopo venti giorni torna alla sua vita di sempre
(con la speranza che a casa e al lavoro non sia successo niente di grave).
Dopo un po’ di tempo io e Ago (altro qui per sbaglio) proviamo a scrivergli una cartolina... Non ci risponderà mai; forse, per quanto si è trovato “bene” con noi, facciamo parte comunque di un piccolo grande incubo che sta cercando di rimuovere al più presto, durato solo o addirittura venti giorni.
Ibra sa come si chiama e come scrivere il suo nome, noi no: per ignoranza e leggerezza non abbiamo saputo scriverlo, non abbiamo saputo trovare Ibra quando poteva servire a qualcosa e non abbiamo saputo spiegargli perché era giusto che scontasse venti giorni di carcere col rischio di rovinare tutto ciò che di buono ha fatto finora… Forse chi ha qualche problema di linguaggio non è Ibra ma siamo noi o, almeno, chi ci dovrebbe degnamente rappresentare.

Giuseppe

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