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Crossing è il gerundio del verbo inglese “to cross”: attraversare. Di conseguenza, “crossing” potrebbe venir tradotto come “attraversando”: un movimento che implica uno spostarsi,
in un tempo che non smette di accadere.
Ciò suppone, inoltre, l’esistenza di una demarcazione. Una linea, una frontiera, una barriera o, comunque, qualcosa del genere. Essenziale è evitare di cedere alle suggestioni che un eccessivo realismo potrebbe indurre a riguardo. La linea, proviamo a privilegiare questo termine, può ben essere concreta, fatta di terra
o di mare, di muri o di filo spinato
, visibile e palese, ma, all’opposto, può anche risultare sottile e impercettibile, sfuggente anche allo sguardo più ostinato. Comunque sia, infatti, per quanto reale o meno che sia tale linea, essa è, in primo luogo, simbolica. Possiede, quindi, un suo valore, una sua valenza particolare che si lega in maniera profonda e radicale a quel che, a sua volta, organizza e determina il valore e il senso delle vite degli esseri umani.
Così quando Giulio Cesare attraversa il Rubicone, dopo aver proferito una frase divenuta giustamente celebre (“Il dado è tratto”), passa con il suo cavallo sopra un piccolo fiume, un torrentello, pressoché insignificante. Non è, tuttavia, un’azione banale quella che il condottiero romano esegue. Al contrario, l’attraversare assume il peso di una movenza che si stacca violentemente dalla quotidianità dei gesti abitudinari. Più precisamente: l’attraversare traduce una decisione, trasformando dunque quell’azione, quell’azione apparentemente innocua e irrilevante in un atto.
L’esempio arcinoto di Giulio Cesare ci è, qui, opportuno per richiamare l’altra voce con cui l’attraversare si trova necessariamente associato. Se, infatti, come abbiamo appena detto, una simile operazione si dispone intorno a un orizzonte simbolico, se ne può dedurre che sia inevitabilmente simbolica, cioè carica di una sua pregnanza individuale e sociale, anche l’azione che il singolo individuo assume per superarlo o cercare di farlo. La linea, infatti, reperisce come suo correlato, sul versante del soggetto, il suo partner più prossimo: l’atto.
Se qualcuno attraversa, effettivamente e non per caso, facendosene carico e non subendolo passivamente, una linea, è perché compie un atto. Così come ha fatto Giulio Cesare, così come fa chi attraversa una frontiera .O quanto meno, è quest’operazione che si sforza di realizzare. L’intenzione o, più banalmente, la semplice constatazione di trovarsi implicato in una traversata non rende di per sé ragione del buon esito dell’impresa. Vale a dire, insomma, del fatto che un attraversamento trovi in un atto la sua conclusione logica, necessaria. Niente di più facile che rimanere come i pesci intrappolati nella rete. Sospesi, intrappolati nel guado. Privi di un esodo, di un’occasione di movimento. Risucchiati in un incubo senza identità, senza prospettiva. Né di qua, né di là. Smarriti, divisi tra una nostalgia che veste i colori dell’impossibile e un’utopia con cui si confonde e che partecipa delle medesime sfumature, delle medesime ombre. Non si può o non si riesce a tornare indietro, non si può o non riesce a andare avanti. Accade allora che l’attraversamento non riesca, perché l’atto che dovrebbe in qualche modo compierlo, concluderlo rimane incompiuto per le più diverse ragioni, oggettive o soggettive che siano. Chi doveva o voleva attraversare resta lui, questo sì, attraversato. Il passaggio o, in teoria, quello che avrebbe dovuto essere una traversata si trasforma in un’impasse. Un vortice inerziale che afferra e congela la esistenza di un soggetto.
“Crossing” è il nome, anche, di un progetto che La Casa del Pozzo ….. accoglie.

Ora, però, “Crossing” ha pensato bene di raddoppiarsi. Consapevole di cogliere nell’esperienza dell’attraversamento il riaffacciarsi inevitabile dei tratti che accompagnano e, al fondo, contraddistinguono l’avventura umana, il suo errare, la sua ricerca. La sua inquietudine vitale, quando non si spegne in derive distruttive o autodistruttive. Per questo “Crossing” nasce o rinasce come “IDs”, cioè come un …. per dare un nuovo spazio e nuova voce a quelle parole
o a quei pensieri
che non abbandonano chi sta attraversando, quasi fossero un compagno segreto, un angelo (o un demone) silenzioso.
Occupandosi di migranti, “Crossing” prova a misurarsi con l’attraversamento che è in gioco in una simile impresa. In quel che comporta, in quel che segna, in quel che impedisce o permette che realizzi un atto degno di questo nome. “Crossing” vuole stimolare un dibattito intorno a questioni che riguardano tutti, nessuno escluso. L’immigrazione è un attraversamento che si intreccia con altri attraversamenti che si sovrappongono, complessificando il quadro. L’andare da una terra a un’altra convive con tutto quello che un soggetto si porta appresso e che, a sua volta, viene ad essere ripreso, reinterrogato, riamplificato nel movimento stesso di spostamento. L’età, la sessualità, i ricordi, il corpo, le identificazioni. Tutto cambia, tutto si muove. Insieme.
“Crossing IDs ” si sforzerà di trattare simili temi. Per iniziare ha scelto di partire da un argomento che, forse, ai più potrà apparire secondario o poco “concreto”: la lingua. Chi emigra cambia, in primo luogo, lingua. Si tratta di un elemento su cui si presta scarsa considerazione, eco e conseguenza del fatto che anche alla lingua stessa non è accordata alcuna importanza. Le anime semplici pensano sia una faccenda di puro vocabolario. Si prende una parola e, oplà, la si cambia in un’altra ed eccoci subito a casa nella nuova lingua e, ovviamente, nel nuovo Paese. Un gioco di sostituzioni. Ma non è così.
È con la lingua che pensiamo, viviamo, facciamo l’amore, ci ammaliamo. La lingua non è “cosa” esclusivamente mentale, un archivio di rappresentazioni, paragonabile alla memoria di un computer. La lingua ci scava, ci lavora, così come noi cerchiamo di scavare, di lavorare la lingua per poter esprimerci. Per anelare ad un’identità che non sarà mai quella che cerchiamo, che vogliamo. E di cui, pure, non possiamo fare a meno. La lingua testimonia di quel che il linguaggio fa al corpo, ma anche di quel che il corpo fa al linguaggio. Per questo la lingua è parola, ma anche carne. Impasto tra l’una e l’altra.
Passare da una lingua a un’altra vuol dire fare prova di quel che significa parlare e, in definitiva, constatare semplicemente una verità tanto banale quanto misconosciuta: la lingua serva a vivere, serve per vivere. Non è, quindi, uno strumento o un vestito tra gli altri. Si noti il paradosso: è nell’impatto, spesso traumatico e spiazzante, quando si è un migrante e non un turista, con una lingua straniera che ciascuno avverte e scopre, per differenza, che cos’è la “sua” lingua. Cosa sia per lui, quale valore abbia, per quanto, in fondo, non gli appartenga, non sia “sua” come un oggetto di proprietà, ma, al contrario, sia invece lui ad appartenere ad essa, sino ad essere stato inventato, partorito al suo interno. L’equivoco che puntualmente si riaffaccia intorno alla presunta naturalità del linguaggio o sulla lingua d’origine definita, a torto o a ragione, materna è forse una spia di questa feconda ambiguità. Davanti a una lingua che uno non conosce, lontano
da casa, in una situazione spesso precaria, l’essere umano tocca con mano la misura di quel che significa parlare, poter parlare. Esprimersi, dirsi, comunicare, venir riconosciuto.
La lingua è suono, odori, sensazioni. Memoria inconscia, memoria alla fin fine del soggetto stesso, delle radici che lo tengono in vita. L’emigrazione impone a ogni individuo di confrontarsi con questo passaggio. Abbandonare la “vecchia” lingua, assumere quella “nuova”. Come compiere la prima operazione, come effettuare la seconda. La lingua è qui muro, il più invisibile,
ma non per questo il più penetrabile, il meno spesso. Il Rubicone che non si riesce attraversare e nel quale si rischia di venire inghiottiti. In quel caso, quando, allora, la lingua si inceppa, si fa muta, è il corpo a parlare. Cioè, letteralmente, a uscire dal suo silenzio. Con le azioni sregolate, con i dolori che assediano il fisico, con il male di vivere che affligge un già precario stare nel mondo.
Un’ultima osservazione. Come supporre, infine, l’attraversamento della lingua? Come proviamo a pensarlo? Come si rende possibile un atto che sancisca un passaggio nel senso che possiamo auspicare? A voler considerare la lingua alla stregua di un dizionario si potrebbe pensare che l’atto in grado di segnare l’entrata in una lingua straniera corrisponda alla capacità
di tradurre, passo passo, le parole, i termini di una lingua in un'altra. Noi, invece, se è vero quanto dicevamo in precedenza, non crediamo che sia proprio così. Quantomeno, per due buoni motivi. Il primo: chi incontra una nuova lingua è sollecitato, implicitamente, a reinventare il suo rapporto con la lingua nella “nuova” lingua. Non si tratta, in questo caso, di copiare, riprodurre, ripetere. Come talvolta capita a scuola. L’immersione nella nuova lingua comporta un atto creativo che permetta al soggetto di reinventarsi al suo interno. Di rifarla sua, proprio perché la lingua non
ha padroni, non è una terra o una nazione. Anche se ha una storia e leggi che presiedono al suo funzionamento. Il secondo: la lingua è materia duttile, senza essere anarchica. L’attraversamento della lingua è un’operazione che si rende necessario per chi emigra,lo si è detto. Nel medesimo tempo, però, chi inizia a parlare nella “nuova” lingua vi apporta le risonanze, le tracce, gli umori che si ritrovavano nella lingua precedente. La lingua non è sacra, la lingua non è pura. Al contrario, detesta la sacralità, odia la purezza. Se non fosse così, infatti la lingua morirebbe o per sparizione o per una imbalsamatura che la costringerebbe a non essere altro che un oggetto di studio per antiquari. Una lingua vive perché qualcuno la parla. Ciò espone la lingua a continue, imprevedibili contaminazioni. È l’ossigeno per la lingua. Lei esiste grazie a simili “innesti” che la rinnovano, che alimentano un gioco instancabile tra l’identico e il dissimile che si sviluppa nel corso degli anni, lungo lo scorrere del tempo. L’italiano di oggi non è più l’italiano di qualche decennio fa. E, pur restando sempre la medesima lingua, non sarà lo stesso italiano che parleranno i nostri figli. La lingua è spuria, ma sopporta le idealizzazioni. Ama la vita perché ne sposa il movimento. Guai a fermarlo. Chi emigra non è quindi solo chi “deve” imparare un’altra lingua. È anche chi contribuisce a trasformarla con quel che, lui, di suo, della sua lingua vi introduce. Nuove parole, nuovi modi di dire, espressioni che giungono da altre latitudini. Simili al mare, la lingua prende e restituisce, lavora. La lingua va avanti, si allarga, si modella. A seconda, sensibile alla sensibilità dei suoi adepti, vale a dire noi tutti. La lingua pone questioni pratiche. Ciò significa che quel che accade alla lingua riguarda non solo chi emigra ma anche chi accoglie
e la disponibilità, da parte di quest’ultimi, a lasciare che le parole circolino. E che la lingua di chi ospita non sia più, dopo averlo fatto, la stessa, uguale a prima. Questo vuol dire che l’attraversamento non è un’esperienza che riguarda solo chi emigra ma è un contagio che si trasmette anche a accoglie. Quando lo vuole, quando è disponibile. La lingua non ha paura, anzi ringrazia.

Crossing
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