Intervistatore: Noi volevamo intervistarla a partire dalla questione della lingua, o meglio in qualche modo del rapporto che ogni individuo e in particolare un individuo emigrante intrattiene colla lingua, perché lavoriamo con un'associazione che si occupa di ragazzi di seconda generazione o della generazione uno e mezzo. E facciamo i conti con la loro fatica, la fatica dell'imparare, ma proprio fisicamente la fatica di dire, una fatica quasi fisica insomma. Per cui quello che ci interessava chiedere a lei era, appunto, indagare un po' questo rapporto dello stare tra, del vivere in bilico con una lingua che uno non può dimenticare, non può abbandonare perché altrimenti perde le sue radici, quello che è, e l'altra lingua che invece deve in qualche modo per forza imparare perché se uno in qualche modo non trova il modo di dire e di dirsi poi... se ci raccontava un po' la sua esperienza, la sua storia.
Moni Ovadia: Mah, guardi... io da sempre, siccome sono stato immesso in mezzo a molte lingue perchè a casa mia se ne parlavano diverse... cioè i miei parlavano questa singolare lingua che è il giudaico-spagnolo che è già una lingua di esilio, quindi è una lingua contaminata da altre lingue. Poi parlavano il bulgaro fra di loro, mia madre parlava un'eccellente francese, mio padre parlava il turco. E poi io sono cresciuto in un'Italia piena di dialetti, perché veniva l'immigrazione materna,
quindi io ho sempre considerato le diverse lingue un privilegio non un fardello. Cioè il parlare più lingue, il contaminarle per me è una... così, io lo considero una gioia, una felicità. È un modo di avere degli orizzonte molto più ampio dei monolingui. E quindi secondo me è un immenso privilegio crescere tra più lingue. Bisognerebbe però che il complesso educativo e culturale circostanze valorizzasse questa cosa e la facesse oggetto di valore e non di disvalore. Io oltretutto trovo che anche le lingue parlate in modo improprio sono un... non so come dire... in qualche modo una singolare nuova lingua, questo smarrimento dello straniero che non parla bene la lingua di un altro, c'è tutto il senso dell'esilio, dello spaesamento. E se questo viene accolto come forma... viene guardato con simpatia e con allegria diventa una (???), non diventa qualcosa di negativo ma al contrario qualcosa di positivo.
I: In esilio una lingua può prendere il posto di una terra, cioè può diventare...?
M: Assolutamente sì, io sono d'accordo con l'affermazione del filosofo Cioran che dice giustamente si abita una lingua non un paese. Infatti se una persona parla perfettamente la lingua di un paese lui è cittadino di quel paese, a nessuno viene in mente che lui non lo sia, se non ai fascisti, a questa gente qui, ai razzisti. Quando tu senti uno che parla perfettamente l'italiano, per te è un italiano e quindi si abita una lingua. Sarebbe molto meglio abitare le lingue che le terre. Le terre dovrebbero ospitare più lingue. Noi oramai siamo un paese, per esempio l'Italia, basta andare in un mercatino e si sentono risuonare nell'aria, proprio come suono, ottanta fra lingue e mezze-lingue. Insomma, risentiamo il malgascio, l'indiano, il sanscrito. Sentiamo parlare il cingalese, il bengalese, sentiamo parlare il polacco, il russo, l'ucraino. Il nostro paese oramai è un paese che ha un'atmosfera sonora multilingue, e questa è una (???), come si è visto negli Stati Uniti d'America no?... anzi, gli Stati Uniti di America hanno cercato di abrogare il (???) melting pot, poi adesso capiscono il valore, sa sono un paese bilingue gli Stati Uniti, tra un po' saranno un paese anglo spagnolo. E qualcuno, i soliti nazionalisti e difensori delle cosiddette identità rigide, lo vedono come un pericolo. Io lo vedo come una grande fortuna.
I: In qualche modo pentecoste piuttosto che Babele o insomma...
M: Sì no ma per me Babele è stata un privilegio
I: La dispersione certo...
M: Sì nel senso che lo stesso uomo... perché la lingua è unica ovvero... Noam Chomsky ha abbastanza dimostrato che c'è una sola grammatica generativa che prende le mille forme delle mille culture dell'uomo. Mentre le lingue verticiste sono lingue (???) è la lingua della tirannia la lingua verticista, la lingua del potere. Invece le lingue diverse sono le lingue dell'anarchia, dove ogni lingua è a casa sua, dove le lingue si incontrano, si scambiano, si fertilizzano, si conoscono... io studio continuamente una nuova lingua.
I: Perciò Babele in qualche modo come la porta, insomma il passaggio nella dispersione piuttosto che nell'unità, nella uniformità
M: No ma assolutamente... è come se noi avendo un mondo pieno di colori scegliessimo di vedere in bianco e nero. Lo stesso è con le lingue.
I: Ci sono delle parole che lei ha imparato da bambino, di questa lingua giudaico spagnola che diceva prima e che sono intraducibili nelle lingue che ha attraversato
M: Per esempio c'è questa cosa, l'umore, “kef”, è una parola turca. I greci anche ce l'hanno (???), “non ho lo sfizio” . (???) Ci sono tutti i turchismi, i barbarismi oppure parole come... tutti questi turchismi che irrompono oppure “domenica” è una parola meravigliosa perché è una parola araba, (???), si usa la parola araba per domenica. Ci sono lingue che hanno dentro uno spagnolo antico, una risonanza speciale no? Sono lingue degli stati d'animo poi, sono parole degli stati d'animo che non sono traducibili
I: E questa cosa degli stati d'animo, vuol dire in un certo modo che c'è una lingua privata e una lingua pubblica?
M: Certo, certo. C'è un lessico famigliare, intimo. Per esempio anche il mescolare lingue diverse; gli ebrei levantini ma non solo, gli ebrei cosmopoliti mescolavano varie lingue all'interno dello stesso discorso. Io ho sentito per esempio un greco che parlava con un italiano, i due parlavano in greco ed erano ebrei levantini e uno dice all'altro “pare mu tilefono orari d'ufficio”. Pare mu tilefono è il greco per telefona , orari d'ufficio è un'espressione italiana. Questo mi pare un piccolo esempio, la mescolanza proprio pensiamo al francese e all'inglese, all'arabo, al giudaico-spagnolo, al turco, al greco. È una cosa comune in (???) molte lingue pregne di molti sapori, di molti odori, di molti colori, è meraviglioso...
(interruzione)
Dicevo... io ad esempio ho studiato il russo. Quando ho dovuto lavorare con dei ballerini ucraini, il fatto che io parlassi il russo per loro era un'assoluta felicità, si sentivano a casa loro. Se avessimo dovuto usare l'inglese avremmo avuto meno familiarità. Poi loro pian piano sentendo l'italiano hanno cominciato a farcire con qualche parola in italiano adesso è entrata nel loro repertorio, nel loro lessico. È bello così, è un modo di scambiarsi emozioni, espressioni intraducibili. Esempio i barbarismi, lo testimonia il francese, usano l'espressione sempre italiana “grossomodò” lo pronunciano in una maniera ma l'espressione “grossomodo” non è traducibile facilmente infatti i francesi usano “grossomodò”, o “viceversa” , anche questa è un'espressione molto felice degli italiani. I cosmopoliti, la gente che girava, i veri cittadini d'Europa, quelli che purtroppo lo sterminio nazista ha spazzato via dalla nostra povera martoriata terra, erano gente per cui avere più lingue era la cosa più naturale del mondo.
I: Mi viene da chiederle, ma secondo lei questi ragazzi che stanno arrivando o che sono qui, che sono nati qui, insomma, ma che non hanno magari ancora la cittadinanza eccetera... il loro mescolare lingue, il loro stare tra delle lingue diverse, può essere più forte invece della nostra paura, del nostro razzismo, delle nostre chiusure.
M: Mah io penso di sì, perché noi non siamo all'altezza di accoglierli, siamo ancora con dei vecchi... delle vecchie mentalità, delle idiozie... ad esempio li vediamo come pericoli invece che come ricchezza. Uno straniero che viene da fuori è la riduzione di una cultura, di un paese di un'economia, non lo sappiamo? Basta vedere gli Stati Uniti no? Chi ha dato agli Stati Uniti la loro grande musica, il loro grande cinema, le loro grandi arti? I loro grandi anche politici, commercianti, scienziati... chi glieli ha dati? La gran parte sono stranieri di origine. Solo gli ebrei, io conosco bene la storia degli ebrei dell'est Europa, il 42% dei premi nobel statunitensi del 900 sono ebrei di discendenza est europea... e però sono premi nobel dell'America. Basta fare un nome: George Gershwin, uno dice America no?
I: Musica, certo
M: E invece si chiamava Jacob Gershowitz, era un ebreo russo.
I: Insomma sono tutti vostri
M: No, tutti nostri no, ma sto dicendo... chi ha fatto il musical, chi ha fatto l'arte del musical in America, l'ha resa celebre al cinema, due grandi ballerini giusto? Uno era Fred Astaire e l'altro era Gene Kelly, giusto?
I: Non lo so, mi fido mi fido
M: Lei sa chi è Fred Astaire scusi signora, lei sa chi è Fred Astaire
I: Certo certo ma non so la storia
M: Gene Kelly lo sa chi è?
I: Sì
M: Ecco, bene, sono i più famosi ballerini di musical della storia del cinema americano o no?
I: Certo
M: Ecco, bene. Uno si chiamava Austerlitz ed era un ebreo austriaco, l'altro si chiamava Chellini, calabrese era. (Giusy cercando in internet ho scoperto che in realtà l'altro si chiamava Eugene Curran Kelly di origine irlandese). Ecco.
I: Insomma il futuro e la possibilità è quello lì. Essere bastardi e mescolati, migranti...
M: Ma assolutamente, assolutamente. Poi gli organismi mescolati sono i più solidi, i più sani, i più reattivi, i più estrosi.
I: Ok, io mi fermerei qui
M: Bene la ringrazio
I: Ringrazio io lei.
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Salomone (Moni) Ovadia (Plovdiv, 1946) è un attore teatrale, cantante
e compositore italiano.
Nato a Plovdiv, in Bulgaria, si trasferisce quasi subito con la famiglia a Milano. La sua è una famiglia di ascendenza ebraica sefardita,
ma di fatto impiantata da molti anni
in ambiente di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa circostanza influenzerà profondamente tutta la
sua opera di uomo e di artista, dedito costantemente al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell'Europa orientale.
Ovadia si laurea in Scienze Politiche all'Università Statale
di Milano. Contemporaneamente al
suo percorso accademico muove i primi passi artistici sotto la guida di Roberto Leydi, con cui inizia la sua carriera di cantante e musicista nel gruppo Almanacco Popolare.
Nel 1972 fonda il Gruppo Folk Internazionale, che propone soprattutto il repertorio delle regioni balcaniche. Nel 1978
il gruppo si trasforma in Ensemble Havadià, nome che riprende la versione originale
di quello della sua famiglia, "Havadià", appunto, trasformatosi con gli anni
in "Ovadia". È con questo gruppo
che Ovadia inizia a comporre musiche in proprio, sulla scorta del repertorio etnico già conosciuto e fatto proprio.
L'esordio teatrale è del 1984. Nel 1987, per il Festival di cultura ebraica del Teatro Pier Lombardo di Milano
(ora Teatro Franco Parenti), è protagonista dello spettacolo Dalla sabbia dal tempo scritto e diretto da Mara Cantoni, che mette in evidenza
le sue capacità di attore-cantante.
Nel 1990 fonda la TheaterOrchestra
e lavora con il CRT Artificio di Milano, con cui produce Golem, che condurrà in tournée a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York.
La grande svolta è lo spettacolo Oylem Goylem ("Il mondo è scemo",
in lingua yiddish), con cui si impone all'attenzione del grande pubblico.
Lo spettacolo fonde abilmente musica klezmer, che Ovadia canta con voce profonda e appassionata, a riflessioni condotte alla luce della cultura e del witz, il tradizionale umorismo ebraico, a più leggere storielle e barzellette.
Lo spettacolo verrà ripreso dalle reti Rai e, nel 2005, pubblicato in cofanetto e dvd da Einaudi, a dimostrazione di un successo duraturo nel tempo.
Nel 1994 inizia a lavorare con Roberto Andò, con l'opera multimediale Frammenti sull'Apocalisse, presentato poi al Festival Roma Europa nel luglio 1995. Intanto all'inizio del 1995 allestisce con Mara Cantoni Dybbuk, uno spettacolo sull'Olocausto, che diventa uno egli eventi più importanti della stagione teatrale. Nello stesso anno debutta Taibele e il suo demone, con Pamela Villoresi. Sempre nel 1995 nasce Diario ironico dall'esilio scritto con Andò e prodotto per il Teatro Biondo Stabile di Palermo.
Nel febbraio 1996, sempre collaborando con Mara Cantoni e il Piccolo Teatro di Milano, è in scena con Ballata di fine millennio, che porta in tournée in tutta Italia. Nello stesso anno si presenta al Festival di Gibellina con lo spettacolo Pallida madre, tenera sorella, per la regia di Piero Maccarinelli. Per il Teatro Biondo torna a lavorare nel 1997, ancora una volta con Andò, che dirigerà il loro Il caso Kafka.
Nell'ottobre 1998 è in scena uno spettacolo prodotto in esclusiva per
il Teatro Stabile di Trieste ed intitolato Trieste... ebrei e dintorni. Il mese successivo è in sala il suo lavoro successivo per il Piccolo Teatro di Milano: Mame, mamele, mamma, mamà...,
che lui scrive dirige ed interpreta con la TheaterOrchestra.
Nel dicembre 1999 è la volta
di Joss Rakover si rivolge a Dio, seguito l'anno dopo da Tevjie und mir. Da questo spettacolo nel 2002 Ovadia trae ed interpreta la versione italiana
di Il violinista sul tetto.
Nel 2001 debutta uno spettacolo sul denaro, chiamato Il Banchiere errante. Infine nel 2003 ha prodotto il lavoro L'armata a cavallo.
Nel 2005 collabora coi Modena City Ramblers nel loro album dedicato
ai 60 anni della liberazione dell'Italia dall'occupazione nazifascista, Appunti partigiani, prestando
la propria voce per la canzone Oltre
il Ponte.
Dal 2003 al 2008, per sei edizioni (due mandati) è stato direttore artistico
di Mittelfest di Cividale del Friuli.
Nella stagione teatrale 2008/2009 è
in tournee con lo spettacolo La bella utopia, sulla storia del comunismo in Unione Sovietica. |